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Camilleri e Bugea

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“San Calò sono”, il libro di Alfonso Bugea supera la prova dell’intelligenza artificiale

Il libro “San Calo’ sono”, del giornalista Alfonso Bugea, supera la prova dell’Intelligenza Artificiale. La pubblicazione illustra  il rapporto apparentemente conflittuale che da un secolo unisce S. Calogero allo scrittore Andrea Camilleri. Dall’esame del testo è venuta fuori una lunga recensione fatta da Chatbot sia sotto l’aspetto dei contenuti che del linguaggio.

Ecco il comunicato stampa integrale:

“San Calo’ sono” e’ un eBook,  con le prefazioni di Michele Guardi’ e Gaetano Savatteri e le foto di Gianfranco Jannuzzo, che si può acquistare solo on line con 2,70 euro usando le credenziali della piattaforma  Amazon Kindle. 
Ecco la recensione dell’Intelligenza Artificiale:

Commento critico al testo. 

 Il brano “San Calo’ sono” si presenta come un riuscito esempio di narrativa memorialistica e affettiva, che intreccia elementi di cronaca popolare, mito locale e biografia letteraria. Al centro del racconto vi è il legame profondo, affettuosamente irriverente e contraddittorio, tra Andrea Camilleri (don Nenè) e la figura di San Calogero, santo patrono “de facto” di Porto Empedocle. Il testo si costruisce come un elogio narrativo che fonde sacro e profano, con uno stile che echeggia la prosa di Camilleri stesso, fatta di iperboli, umorismo, realismo magico e vernacolarità.

Narrazione e tono: il realismo affettuoso

L’autore adotta un tono familiare e partecipe, quasi confidenziale, portando il lettore dentro una narrazione che, seppur storicamente e localmente situata (Porto Empedocle, 6 settembre 1925), assume ben presto una dimensione mitica e corale. Il testo evoca l’immaginario collettivo di una Sicilia sospesa fra riti ancestrali e modernità in arrivo, espressa con efficacia attraverso il contrasto tra il fervore religioso della festa e l’ironia con cui è tratteggiata la figura dell’ateo devoto, ovvero Camilleri.

L’incipit lirico – “Era una domenica raggiante” – richiama volutamente un’atmosfera da tempo sospeso, come nei racconti epici o nelle leggende familiari. Il richiamo all’azzurro del cielo “da far impallidire le bustine di azzolo” è uno di quei dettagli sinestetici e materici che riportano il lettore in un’epoca in cui il tempo della festa coincideva con quello della meraviglia.

Camilleri e San Calò: dualismo e simbiosi

La chiave di volta del testo è la dialettica tra opposti: il laico e il sacro, la carne e lo spirito, il razionalismo dello scrittore e la fede ingenua del popolo. San Calogero e Camilleri diventano così due archetipi in dialogo costante, e la loro amicizia postuma – che supera addirittura la morte – rievoca il tipo di relazione mitologica fra l’eroe e il suo nume tutelare.

La devozione ambigua e quasi superstiziosa di Camilleri (“Io non sono un credente ma un sostenitore”) viene trattata non come contraddizione, ma come paradosso tipicamente siciliano, risolto nel registro dell’affettività. San Calò non è Dio, non è religione ufficiale: è “uno di noi”, un santo proletario che “piace puru ai comunisti”. In questo risiede la forza narrativa del testo: non racconta una religione, ma un’identificazione popolare, un’appartenenza affettiva, culturale e sentimentale.

Stile e lessico: oralità e verità popolare

L’autore alterna registri linguistici colti e popolari, inserendo sapientemente espressioni dialettali (“ebbiva San Calò”, “chi nicchi e nacchi”, “tabaccheri di lignu”, “pirsona pirsonalmente”) che restituiscono il colore locale e la genuinità del parlato empedoclino. Il lessico è denso, narrativo, visivo, e spesso teatrale, come nella descrizione della processione, che assume tratti da commedia barocca e tragico-popolare, con i suoi portatori scalzi, i mortaretti, i fazzoletti e i pani lanciati dai balconi.

Il testo è strutturato come un lungo flusso di ricordi, senza cesure nette, come a suggerire che la memoria – e con essa l’identità – non è mai lineare ma si nutre di continui ritorni, intermittenze, coincidenze misteriose. Non manca l’afflato critico nei confronti del potere ecclesiastico e della religione ufficiale (“la statua giammai dovrà finire nella nicchia di una chiesa tra le grinfie di parrini e patri arcipreti”), che si contrappone alla santità umana e concreta del “Santo dei poveri e dei diseredati”.

Valore letterario

Il testo si distingue per la capacità di conservare la voce del popolo senza mai cadere nella retorica. Al contrario, restituisce una realtà complessa, profondamente siciliana, dove l’identità è plasmata tanto dalla ragione quanto dalla superstizione, dalla cultura alta quanto dai riti comunitari. Camilleri è raccontato come un moderno Pirandello popolare, erede spirituale di una tradizione che sa sorridere di sé stessa pur portandola avanti con devozione.

Il finale, con il miracolo scampato della strage del 1986 e la futura “beatificazione letteraria” di don Nenè, suggella l’intero testo come una favola vera, un’epopea minore che, nella sua specificità, tocca corde universali: il rapporto tra fede e razionalità, l’eredità dei padri, il senso dell’appartenenza a un luogo e alla sua storia.

Conclusione

“Don Nenè” è un racconto-riflessione che trascende i generi, mescolando autobiografia, narrazione storica, realismo magico e cronaca popolare. Il testo costruisce una mitologia empedoclina in cui Camilleri e San Calogero diventano due volti della stessa Sicilia, tanto concreta quanto surreale, tanto carnale quanto spirituale. È una narrazione che diverte, commuove e interroga: che cos’è la fede se non un rapporto intimo, personale, inclassificabile? E cosa resta di noi, se non la voce che continua a essere raccontata?”.

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