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Pozzo Gemini1, Meli: “Servono aiuti concreti per compensare i danni subiti dalla marineria”
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Scritto da
Redazione
“Quello a cui stiamo assistendo è una pericolosa deriva del dibattito sulla conversione del pozzo Gemini1 da esplorativo a produttivo, che si sta spostando da quelle che dovevano essere le valutazioni degli effetti sull’economia, sull’attività di pesca “fortemente limitata” e sull’impatto ambientale dagli effetti imprevedibili, a una sbiadita interlocuzione con l’Eni per elemosinare esigui compensi che, nei loro bilanci, rappresentano delle briciole”.

Ad affermarlo è Luca Meli, presidente della società cooperativa ClickFish e presidente dell’associazione Piccola Pesca Licata.
Ecco il testo integrale diffuso da Meli:
“Il primo ostacolo con il quale ci si scontra è la difficoltà nel reperire dati scientifici in merito alla reale valutazione di incidenza nel procedimento di impatto ambientale nei quali non risultano adeguatamente considerati gli impatti sull’ecosistema e i rischi derivanti da possibili fuoriuscite di gas, da collisione di navi in transito con la piattaforma, da fenomeni di “blow-out” di gas durante la perforazione, anche in relazione a cause naturali e non necessariamente per errore umano. Non risulta effettuata alcuna valutazione approfondita in ordine ai rischi di incidente relativi alla presenza delle condotte e alla loro potenziale danneggiabilità da parte di ancore, pescherecci, attrezzi da pesca e altro, nè sugli effetti delle perforazioni nell’ambiente marino e della pesca, a conferma che lo studio di incidenza e quello di impatto ambientale sono stati del tutto carenti.
Eppure è noto che l’intensificazione delle attività estrattive porta a danni geologici, e in Sicilia l’estrazione di idrocarburi legata all’abbondanza di giacimenti di gas, causa spesso un abbassamento del terreno: questo fenomeno, spesso associato alla massiccia attività estrattiva umana di sostanze fluide o solide presenti nel sottosuolo, è considerato un alto fattore di rischio ambientale, maggiormente sentito proprio nelle aree intensamente popolate, in particolare nelle zone costiere.
Nonostante ciò, la Sicilia si appresta a diventare il luogo di stoccaggio del gas, invasa da navi, centrali di raffinazione, cisterne, serbatoi e condotte, un’autostrada di metano che attraversa il nostro mare, sotto le barche dei pescatori, sfiorando pericolosamente le sacche di metano e i crateri di fango, insomma, il centro nevralgico di una vasta operazione economica per il capitale internazionale. Ma che prezzo siamo disposti a pagare per avere questa potenziale bomba ecologica a due passi dalla nostra costa?
Sebbene sia difficile quantificare i dati relativi al drastico calo del pescato nel Canale di Sicilia, l’effetto di questa crisi è evidente sulle banchine: le imbarcazioni tornano sempre più spesso con le reti vuote, i pescatori lamentano le notevoli restrizioni e limitazioni imposte alle tradizionali aree adibite in passato all’attività di pesca ed inoltre constatano quotidianamente un notevole crescente impoverimento della fauna ittica con conseguente drastica riduzione della quantità di pescato.
E’ chiaro ormai che questo non sarà un fenomeno isolato o passeggero, ma la conseguenza diretta e tangibile dell’attività antropica legata all’industria del gas e alle immissioni in acqua dei rifiuti della lavorazione estrattiva degli idrocarburi. Le vibrazioni, il rumore, l’alterazione dei fondali marini e l’emissione di sostanze, anche se considerate a basso impatto, stanno compromettendo l’habitat naturale della fauna marina, allontanando o distruggendo le popolazioni ittiche e determinando un evidente e drammatico quadro di inquinamento marino.
Per esempio, il gambero, una delle specie più redditizie per la flotta di Licata, sta diventando sempre più raro, con un impatto devastante sulle economie delle imprese ittiche. Anche il pesce azzurro, come alici e sarde, registra un crollo delle catture, mentre merluzzi, triglie, polpi e calamari si fanno sempre più difficili da trovare. Gli esperti attribuiscono questo fenomeno ai cambiamenti climatici, all’aumento della temperatura delle acque e a dinamiche ambientali ancora troppo poco approfondite, che stanno modificando gli equilibri marini della regione.
I ristori che l’Eni ha già riconosciuto al comparto ittico per il danno derivante dalle estrazioni di gas si stanno rivelando esigui e inadeguati.
Deve essere riconosciuta questa situazione come emergenziale e devono essere poste in atto delle strategie volte ad azioni concrete per compensare i danni subiti dalla marineria licatese, che non si limitino solo agli indennizzi economici per risarcire i disagi provocati. Quello che chiediamo a gran voce è un cambio radicale di rotta.
Devono essere condotti studi approfonditi e monitoraggi costanti sull’impatto reale dello sfruttamento del gas sull’ecosistema marino e sulle risorse ittiche. L’implementazione di misure compensative efficaci devono andare oltre il risarcimento, includendo, ad esempio, programmi di ripopolamento mirati o il sostegno alla diversificazione delle attività marittime, oltre a una maggiore trasparenza e partecipazione delle comunità locali e dei pescatori nei processi decisionali che riguardano le risorse del nostro mare e la definizione di un quadro normativo più stringente che tuteli l’ambiente marino e le attività tradizionali come la pesca, bilanciando gli interessi economici con la sostenibilità ambientale e sociale.
Proteggere la salute umana, provvedere al mantenimento della varietà delle specie e conservare la capacità di riproduzione dell’ecosistema è un obbligo per tutti.
La pesca è una risorsa preziosa, non solo economica, ma anche culturale e identitaria per Licata e non possiamo permettere che scompaia a causa di interessi che non tengono conto del benessere delle nostre comunità”.
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