Sapevate che c’era un tempo in cui i contadini licatesi venivano rapiti dai pirati? Ecco la scoperta

Faldone Fondo Librario Antico

C’è stato un tempo in cui licatesi, al lavoro in campagne vicine al mare, venivano rapiti dai pirati, per essere poi venduti nel mercato degli schiavi.

E’ una delle “Storie di carta” proposte dal Fondo Librario Antico, diretto da Angelo Mazzerbo, che rovistando tra le carte del secolo scorso continua a scoprire importantissimi scorci della storia di Licata.

“Abbiamo analizzato – si legge in un post pubblicato dal Fondo – carta dopo carta il faldone 19 comprendente i libri dell'”Universitas” (Comune) di Licata per le annate 1637-1638; 1644-1645; 1646-1647; 1696-1697, sopravvissuti, per grazia di Dio, sono alle intemperie e all’indifferenza dei licatesi. Inutile aggiungere che questi libri ci dicono veramente tutto quello che è successo nella nostra città, ma a volte, oltre alle informazioni ci tramandano anche: disegni e dei bellissimi e rarissimi sigilli di Licata impressi su carta”.

Ed ecco il primo dei racconti proposti: il rapimento di un licatese ad opera dei corsari, datato 22 agosto 1696.

“I Giurati (amministratori) di Licata, Don Antonino Platamone, Ignazio di Paramo e Vincenzo Brancato comunicano al Vicerè e al Tribunale del Real Patrimonio che, presso la spiaggia di Montegrande (Licata zona di levante) il contadino licatese Vincenzo Chianta – si legge nei documenti pubblicati dal Fondo – è stato rapito dai corsari turchi sbarcati durante la notte e nascosti tra la vegetazione. La notizia del rapimento viene confermata dai suoi compagni e dalle guardie del Poggio di Guardia (Poio della Guardia): Francesco Saladino, Francesco di Martino e Gioacchino Vitali”.

Ed ecco, a proposito della difesa della costa, l’organizzazione delle truppe a Licata, in un documento del 2 settembre 1696.

“I Giurati (amministratori) di Licata, Don Antonino Platamone, Ignazio di Paramo e Vincenzo Brancato comunicano al Vicerè e al Tribunale del Real Patrimonio l’organizzazione della difesa costiera della Città di Licata:

17 soldati a cavallo di cui due Rondieri, suddivisi tra i vari posti di Guardia; A Levante: “Poggio della Guardia” e “Torre della Cisterna” (situata nell’entroterra nella proprietà Navarra). A Ponente: “Torre di San Nicola”, “Mollaxha o Mollachella”, “Pietra Galia” (verso la fine della spiaggia di Marianello), 54 soldati a piedi suddivisi in due squadre (due turni): 3 al “Corpo di Guardia”; 3 alla “Porta Maggiore” (inizio corso Vittorio Emanuele), 3 al “Bastione di Donna Agnese”; 3 al “Bastione di Mangiacasale”, 4 al “Posto della Grazia” (zona sotto Via Garibaldi), 3 al “Posto della Torretta”, 3 al Posto San Sebastiano, 3 alla Torre Gioetta (Palazzo la Lumia) e due caporali”.

Di pochi giorni dopo, il 14 settembre 1696, è invece un documento che fa riferimento alla Madonna del Quartiere.

“Il Vicerè comunica ai Giurati (amministratori) di Licata, Don Antonino Platamone, Ignazio di Paramo e Vincenzo Brancato, di aver affidato l’incarico di Cappellano della cappella di “Nostra Signora della Concezione” …situada en el quartel de los espanoles de la ciudad de la licata… al Sacerdote Don Antonino Capelo (Cappello)”.

(Foto Fondo Librario Antico FB) 

 

1 Comment

  1. Durante la stagione favorevole alla navigazione, periodo di maggior rischio di incursione, i giurati licata di emmettevano bandi per mettere in guardia la popolazione o addirittura interdire tratti di strade extraurbane. I luoghi di villeggiatura dei nobili di Licata erano lontani dal mare e si concentravano nella località Vallone Secco. Anche l’urna con le reliquie di Sant’Angelo durante l’incursione del 1553 è stata custodita in quella zona.

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